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LICIO GELLI - POESIE www.casa-museo.com
La tua prima parola La tua prima parola Nei tuoi occhi profondi, dove mare e cielo festosi s'incontrano leggo la tua prima parola, prima che affiori sulle tua labbra, prima che tu la pronunci. La Parola è vita e tu sei la mia vita, la Parola è canto e tu sei il mio canto, la Parola è l'ambrosia degli dei, che in eterno spegne la sete, la Parola è ciò che fummo, che siamo, che saremo. Dalla parola nasce il mondo, con il suo universo. La Parola è Verbo, di spirito immortale. La Parola siamo noi, tu e io uniti per ascoltarla e viverla. Quando dai gironi del mondo, inferno della nostra vita e di quanti non hanno capito la Parola, nasceranno fiori dai nomi nuovi e per gli alberi sarà sempre verde estate, e verde la speranza nostra d'un terrestre Paradiso, noi saremo pronti ad abitarlo, nella legge del Signore. Occhi di giada La notte ha i suoi occhi di giada, che arrivano dalle stelle, di esseri in spirito, liberi, che vengono a parlarci. Per loro, un pensiero del cuore, una preghiera, e l'attesa trepida, sotto la luce amica della luna. Io li conosco, quegli occhi di giada, grandi, verdi, che appartengono a un passato che non ritorna: li ho visti nella mia adulta giovinezza, insinuarsi tra le passioni e guardarmi con dolcezza per dirmi di trovare la pace in me stesso, anche quando infuriava la guerra. Ho visto donne, in paesi lontani, con gli stessi occhi, ma più dolenti. Lo sguardo triste di chi soffre la vita, nelle sporche favelas, tra frotte di marmocchi nudi e affamati. Lo stesso sguardo, spento dalla noia e dal cinismo, ho visto negli occhi bellissimi di donne famose, fatali, che avevano spento il loro cuore, che dalla vita attendevano solo il buio. Io li aspetto, stanotte, sotto le stelle, quegli indimenticabili occhi di giada. Lieve il passo Lieve il passo nella notte, quando dormo e l'anima mia, incontra altre anime, che abitano ancora la terra. Anime che per me soffrono, per aiutarmi si battono, per farmi vivere agiscono, con la forza di volontà di quando abitavano i corpi di coloro che più non sono, ma vivono nel mio cuore. L'anima mia, ad un crocicchio, porge un fiore alle altre anime sorelle: cosa si dicono? Qualcosa che poi forse mi verrà detto in sogno, con i segnali sottili per il cammino delle scorciatoie della vita. Al raduno delle anime nessuno ha mai assistito. È qualcosa di magico, quasi divino, qualcosa che risponde a tutte le domande degli uomini, a tutte le domande del mondo. Il raduno notturno delle anime è protetto da occhi indiscreti e dalle forze del male dalla forza degli angeli. Fiori di mare Lo dono a te questo mazzolino di fiori. Fiori di mare, raccolti tra gli scogli, mai visti, sconosciuti. Non ninfee, ma fiori dai colori sconosciuti, fiori viventi, palpitanti. Ti dono il sorriso e la vita del mare. E fiori segreti che possono parlarti di una natura sommersa, come la tua anima nel corpo, nel fondo delle acque. Questi fiori di mare ti parleranno, amici ti saranno, leggende ti diranno e di abitatori delle acque del dio Poseidone, protettore di Troia, padre delle bonacce e delle tempeste, dei mari placidi e degli oceani profondi, che nascondono tesori. Anche tu, mio amore, nel tuo segreto un tesoro nascondi, pronte per le mie mani. Nelle lunghe sere d'inverno, davanti al caminetto, mi racconterai di mostri marini, o di ninfee leggiadre e fascinose o mi canterai delle sirene il canto. Poi di Ulisse mi parlerai e della sua sfida alle acque e agli dei: tutte cose che i fiori di mare ti avranno raccontato. E guardandomi negli occhi capirai che io sono Ulisse e tu la mia Itaca. Come un'antica statua Come un'antica statua, scolpita con gli occhi senza pupille, tu affronti forte le intemperie della vita, i dolori, le burrasche: e se una patina di tempo è sulla tua candida pelle è solo sacra testimonianza che hai saputo vivere. Forgiata nel marmo da mani giganti di antichi scultori, che immortalarono Athena e Afrodite, Diana e le dee sacre dell'Olimpo, hai saputo essere donna. Viva, vera, non di marmo. Bacio la tua sacra mano con amore e dedizione, con il gesto di chi esce da una poesia per farsi verso incarnato, che confida ai venti, al sole, ai mari, le parole che ha fermato nella notte, in una poesia che è mia ma anche degli antichi padri dai sogni giganti, quei poeti che, sepolti, continuano a vivere. Il bambino adulto Lo vidi all'alba, davanti al cancello di casa mia, solitario nella bassa nebbia. Gli parlai, a quel bambino dagli occhi bianchi, una rosa, pure bianca, nella mano ferita dalle spine. Un bambino dall'abito bianco, dai capelli radi, dalla fronte alta, dalle labbra esangui. Non si mosse, ascoltò le mie domande, poi mi porse la sua rosa, con gesto gentile, poi parlò: e mi disse i miei segreti, antichi e nuovi, lacerò la mia anima con le sue parole, parlò alla mia mente, ma soprattutto al mio cuore. Mi fece capire il bene, così come il male, il bambino bianco nella nebbia bassa. Poi lo vidi sparire. Forse era tornato in me, nell'anima mia, il bambino senza nome che forse di me è parte, coscienza innocente della mia vita. La via del gran ritorno Cercano una strada le mie membra doloranti mentre solitario fatico a camminare per luoghi che non conosco. A spingermi alle spalle sono grida irate, crudeli, insulti e false accuse e il gran vociare, che sempre più sembra un ululato di cani, mi spinge. Ecco, una strada, una lapide, una scritta: la via del gran ritorno. M'incammino ringraziando il Signore e alle mie spalle scemano le grida della persecuzione. È la mia ultima strada. Addio a te, terra mia, addio senza rancore, per le gioie che mi hai dato e per il tanto dolore. Ora tutto finisce e muore in questo gelido tramonto, mentre sereno percorro la mia ultima strada, la via del gran ritorno. Il volto di Narciso Come potrai specchiarti, per ammirare la tua bellezza, mitico, nobile Narciso? Non nelle acque di questa terra, non nei ruscelli, nei fiumi, nei laghi, negli stagni: l'uomo ha corrotto le acque, che oggi sono acque amare, e ha corrotto il mondo, come una belva che divori anche la propria tana. E da quali acque potrai mai nascere, bella Afrodite, se il marcio è ovunque: nei nostri fiumi come nei mari e negli oceani? E dove nuoterai, o Diana, dopo le fatiche della sacra caccia? In acque che sporcheranno la tua bianca pelle divina? Voi non siete miti, dei, semidei, eroi cantati da Omero e da Virgilio, ma divinità viventi, sacre alla Natura, che dinanzi alla crudeltà dell'uomo, alla violenza con la quale ha distrutto il bello sulla terra, siete fuggiti, e con voi i centauri, gli unicorni, gli esseri fantastici come sirene e draghi, che questo mondo abbruttito non può più ospitare. Al primo silenzio di sera Donne in nero, avvolte in scialli, pur senza freddo, e uomini curvi, dal viso grigio, tutti uguali, fuggono a nascondersi nelle case, mentre le strade si svuotano, tristi, al primo silenzio di sera. L'umanità più non vive secondo i canti degli amori, secondo i ritmi della natura, secondo i suoi veri desideri. Come assediata da un mondo ostile che scende sulla terra col buio, ricacciata negli angoli cupi da un vento senza nome, uomini e donne tacciono al primo silenzio di sera. La sera, per me, per noi, è invece l'attimo per vederci, per sentirci vivi, per amarci. Chi ci ruberà la nostra sera? Nella sera, mano nella mano, tra filari di pioppi, nei sentieri di campagna, giovani camminavano i nostri padri, e camminammo noi e i nostri figli cammineranno. Su noi voli bassi di rondini amiche, e canti dalla campagna festosa, dove sulle aie si festeggiava l'abbondante raccolta dell'uva, o una gioia di una famiglia, divisa con la gente del contado. I fuochi sulle aie erano alti e la sera scendeva a scaldarsi a quelle fiamme. Al calore del nostro amore, si scaldava invece la nostra sera. Da un'antica statua di Fidia Io ti conosco, ragazza dell'arcobaleno, apparsa nel grigiore della mia vita col soffio di venti senza nome, col gesto lieve di chi sa il mondo e i suoi segreti. Di Fidia, il grande ellenico scultore, hai carpito i segreti dell'arte: tra discoboli, dei, eroi, hai scelto le statue di Afrodite. Da un'antica statua di Fidia hai preso il seno perfetto e alto, le gambe affusolate, la pelle di marmo e quel tocco magistrale che illude alla bellezza l'immortalità. Ragazza mia segreta, anima e corpo forti di antichi richiami, raccontami di Fidia il maestro sublime e dei suoi eroi scolpiti, resi eterni nel marmo. E dì a un uomo di oggi com'è possibile ripetere quell'arte immortale, che fa pensare come basti un soffio leggero leggero per dar vita a una statua antica, al suo mito, al suo sogno, al suo Olimpo. Qualcuno Ha scolpito anche te, venendo dal passato, ragazza dell'arcobaleno. E il soffio che ti dà vita, è mio, lieve ma sicuro. E tu vivrai per me. Licio Gelli |