LICIO GELLI - POESIE
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La tua prima parola

La tua prima parola
Nei tuoi occhi profondi, dove
mare e cielo festosi s'incontrano
leggo la tua prima parola,
prima che affiori sulle tua labbra,
prima che tu la pronunci.

La Parola è vita
e tu sei la mia
vita, la Parola
è canto e tu sei
il mio canto, la Parola
è l'ambrosia degli dei,
che in eterno spegne la sete,
la Parola è ciò che fummo,
che siamo, che saremo.
Dalla parola nasce il mondo,
con il suo universo.
La Parola è Verbo,
di spirito immortale.
La Parola siamo noi,
tu e io uniti
per ascoltarla e viverla.

Quando dai gironi del mondo,
inferno della nostra vita e di quanti
non hanno capito la Parola, nasceranno
fiori dai nomi nuovi e per gli alberi
sarà sempre verde estate,
e verde la speranza nostra
d'un terrestre Paradiso,
noi saremo pronti ad abitarlo,
nella legge del Signore.



Occhi di giada

La notte ha i suoi occhi di giada,
che arrivano dalle stelle,
di esseri in spirito, liberi,
che vengono a parlarci.
Per loro, un pensiero
del cuore, una preghiera,
e l'attesa trepida,
sotto la luce
amica della luna.

Io li conosco, quegli occhi
di giada, grandi, verdi,
che appartengono a un passato
che non ritorna:
li ho visti nella mia
adulta giovinezza,
insinuarsi tra le passioni
e guardarmi con dolcezza
per dirmi di trovare la pace
in me stesso, anche quando
infuriava la guerra.

Ho visto donne, in paesi lontani,
con gli stessi occhi, ma più
dolenti. Lo sguardo triste
di chi soffre la vita,
nelle sporche favelas,
tra frotte di marmocchi
nudi e affamati.
Lo stesso sguardo, spento
dalla noia e dal cinismo,
ho visto negli occhi bellissimi
di donne famose, fatali,
che avevano spento il loro cuore,
che dalla vita
attendevano solo il buio.

Io li aspetto, stanotte, sotto le stelle,
quegli indimenticabili occhi di giada.



Lieve il passo

Lieve il passo nella notte,
quando dormo e l'anima mia,
incontra altre anime,
che abitano ancora la terra.
Anime che per me soffrono,
per aiutarmi si battono,
per farmi vivere agiscono,
con la forza di volontà
di quando abitavano i corpi
di coloro che più non sono,
ma vivono nel mio cuore.

L'anima mia, ad un crocicchio,
porge un fiore alle altre
anime sorelle:
cosa si dicono?
Qualcosa che poi forse
mi verrà detto in sogno,
con i segnali sottili
per il cammino
delle scorciatoie della vita.

Al raduno delle anime
nessuno ha mai assistito.
È qualcosa di magico,
quasi divino, qualcosa
che risponde a tutte
le domande degli uomini,
a tutte le domande del mondo.

Il raduno notturno
delle anime è protetto
da occhi indiscreti
e dalle forze del male
dalla forza degli angeli.



Fiori di mare

Lo dono a te questo mazzolino
di fiori. Fiori di mare,
raccolti tra gli scogli, mai visti,
sconosciuti. Non ninfee,
ma fiori dai colori sconosciuti,
fiori viventi, palpitanti.
Ti dono il sorriso e la vita
del mare. E fiori segreti
che possono parlarti
di una natura sommersa,
come la tua anima nel corpo,
nel fondo delle acque.

Questi fiori di mare
ti parleranno, amici
ti saranno, leggende
ti diranno e di abitatori
delle acque del dio
Poseidone, protettore di Troia,
padre delle bonacce
e delle tempeste,
dei mari placidi e degli oceani
profondi, che nascondono
tesori. Anche tu, mio amore,
nel tuo segreto
un tesoro nascondi,
pronte per le mie mani.

Nelle lunghe sere
d'inverno, davanti al caminetto,
mi racconterai di mostri
marini, o di ninfee
leggiadre e fascinose
o mi canterai delle sirene
il canto. Poi di Ulisse
mi parlerai e della sua
sfida alle acque e agli dei:
tutte cose che i fiori
di mare ti avranno raccontato.
E guardandomi negli occhi
capirai che io sono Ulisse
e tu la mia Itaca.



Come un'antica statua

Come un'antica statua, scolpita
con gli occhi senza pupille,
tu affronti forte le intemperie
della vita, i dolori, le burrasche:
e se una patina di tempo è
sulla tua candida pelle
è solo sacra testimonianza
che hai saputo vivere.
Forgiata nel marmo
da mani giganti di antichi
scultori, che immortalarono
Athena e Afrodite, Diana
e le dee sacre dell'Olimpo,
hai saputo essere donna.
Viva, vera, non di marmo.

Bacio la tua sacra
mano con amore
e dedizione, con il gesto
di chi esce da una poesia
per farsi verso incarnato,
che confida ai venti,
al sole, ai mari, le parole
che ha fermato nella notte,
in una poesia che è mia
ma anche degli antichi padri
dai sogni giganti,
quei poeti che, sepolti,
continuano a vivere.



Il bambino adulto

Lo vidi all'alba, davanti
al cancello di casa mia,
solitario nella bassa nebbia.
Gli parlai, a quel bambino
dagli occhi bianchi,
una rosa, pure bianca,
nella mano ferita dalle spine.
Un bambino dall'abito bianco,
dai capelli radi, dalla fronte
alta, dalle labbra esangui.

Non si mosse, ascoltò
le mie domande, poi mi porse
la sua rosa, con gesto gentile,
poi parlò: e mi disse
i miei segreti, antichi e nuovi,
lacerò la mia anima
con le sue parole,
parlò alla mia mente,
ma soprattutto al mio cuore.
Mi fece capire il bene,
così come il male,
il bambino bianco
nella nebbia bassa.
Poi lo vidi sparire.

Forse era tornato in me,
nell'anima mia, il bambino
senza nome che forse
di me è parte, coscienza
innocente della mia vita.



La via del gran ritorno

Cercano una strada
le mie membra doloranti
mentre solitario
fatico a camminare
per luoghi che non conosco.

A spingermi alle spalle
sono grida irate, crudeli,
insulti e false accuse
e il gran vociare,
che sempre più sembra
un ululato di cani,
mi spinge.
Ecco, una strada,
una lapide, una scritta:
la via del gran ritorno.

M'incammino ringraziando il Signore
e alle mie spalle
scemano le grida della persecuzione.
È la mia ultima strada.
Addio a te, terra mia,
addio senza rancore,
per le gioie che mi hai dato
e per il tanto dolore.
Ora tutto finisce e muore
in questo gelido tramonto,
mentre sereno percorro
la mia ultima strada,
la via del gran ritorno.



Il volto di Narciso

Come potrai specchiarti, per
ammirare la tua bellezza,
mitico, nobile Narciso?
Non nelle acque di questa
terra, non nei ruscelli, nei
fiumi, nei laghi, negli stagni:
l'uomo ha corrotto le acque,
che oggi sono acque amare,
e ha corrotto il mondo,
come una belva che divori
anche la propria tana.

E da quali acque potrai
mai nascere, bella Afrodite,
se il marcio è ovunque:
nei nostri fiumi come
nei mari e negli oceani?
E dove nuoterai, o Diana,
dopo le fatiche della sacra
caccia? In acque che sporcheranno
la tua bianca pelle divina?

Voi non siete miti, dei,
semidei, eroi cantati
da Omero e da Virgilio,
ma divinità viventi,
sacre alla Natura,
che dinanzi alla crudeltà
dell'uomo, alla violenza
con la quale ha distrutto
il bello sulla terra,
siete fuggiti, e con voi
i centauri, gli unicorni,
gli esseri fantastici
come sirene e draghi,
che questo mondo abbruttito
non può più ospitare.



Al primo silenzio di sera


Donne in nero, avvolte in scialli,
pur senza freddo, e uomini curvi,
dal viso grigio, tutti uguali,
fuggono a nascondersi nelle case,
mentre le strade si svuotano, tristi,
al primo silenzio di sera.
L'umanità più non vive
secondo i canti degli amori,
secondo i ritmi della natura,
secondo i suoi veri desideri.
Come assediata da un mondo ostile
che scende sulla terra col buio,
ricacciata negli angoli cupi
da un vento senza nome,
uomini e donne tacciono
al primo silenzio di sera.

La sera, per me, per noi,
è invece l'attimo per vederci,
per sentirci vivi, per amarci.
Chi ci ruberà la nostra sera?
Nella sera, mano nella mano,
tra filari di pioppi,
nei sentieri di campagna, giovani
camminavano i nostri padri,
e camminammo noi
e i nostri figli cammineranno.
Su noi voli bassi di rondini amiche,
e canti dalla campagna festosa,
dove sulle aie si festeggiava
l'abbondante raccolta dell'uva,
o una gioia di una famiglia,
divisa con la gente del contado.
I fuochi sulle aie erano alti
e la sera scendeva a scaldarsi
a quelle fiamme.

Al calore del nostro amore,
si scaldava invece
la nostra sera.



Da un'antica statua di Fidia

Io ti conosco, ragazza dell'arcobaleno,
apparsa nel grigiore della mia vita
col soffio di venti senza nome,
col gesto lieve di chi sa il mondo
e i suoi segreti. Di Fidia, il grande
ellenico scultore, hai carpito i segreti
dell'arte: tra discoboli, dei, eroi,
hai scelto le statue di Afrodite.
Da un'antica statua di Fidia
hai preso il seno perfetto e alto,
le gambe affusolate, la pelle
di marmo e quel tocco magistrale
che illude alla bellezza l'immortalità.

Ragazza mia segreta,
anima e corpo forti
di antichi richiami,
raccontami di Fidia
il maestro sublime
e dei suoi eroi scolpiti,
resi eterni nel marmo.
E dì a un uomo di oggi
com'è possibile ripetere
quell'arte immortale, che
fa pensare come basti un soffio
leggero leggero per dar vita
a una statua antica, al suo
mito, al suo sogno, al suo Olimpo.

Qualcuno Ha scolpito anche te,
venendo dal passato, ragazza
dell'arcobaleno. E il soffio
che ti dà vita, è mio, lieve
ma sicuro. E tu vivrai per me.

Licio Gelli